Celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese: l’intervento del Primo Ministro Edi Rama

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Celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese: l’intervento del Primo Ministro Edi Rama.

Di seguito l’intervento del Primo Ministro dell’Albania Edi Rama durante la celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese.

“Non so se io veramente merito tutto questo. Dire di essere sorpreso è una parola non adatta, neanche le parole mi vengono, adesso. Un’accoglienza che è stata “fulminante”, ne è testimonianza la mancanza della mia cravatta. Non ho potuto neanche mettere la cravatta, sono sceso dall’aereo e immediatamente tutto sembrava un film, un bel film. Grazie di cuore per tutto questo.

Siccome è tradizione, quando ricevi un premio, dover anche parlare, io cercherò di farlo innanzitutto ringraziando tutti i presenti, salutando anche gli amici che ho potuto intuire nella sala, anche se mascherati.
Quando guardavo le immagini dello sbarco, pensavo che è sempre più incredibile immaginare che quella gente eravamo noi, non noi albanesi, ma noi albanesi che vivono i giorni nostri.

Sembra una storia di mille anni fa. In trent’anni sono cambiate tantissime cose. Sicuramente sono cambiate tantissime cose anche perché noi venivamo da troppo, troppo lontano. I cambiamenti in Albania sono stati incredibili. Ma quello che rende tutti questi anni degli anni incredibili di cambiamento per gli albanesi che sono arrivati con quelle navi e che oggi fanno parte integrante di questa società, sono quasi mezzo milione e sono quasi 50.000 quelli che hanno una impresa piccola o media, sono migliaia gli studenti, e finalmente, non da oggi, ma da tanti anni ormai, non sono più visti da nessuno come sospetti.

Io mi ricordo che per noi l’Italia era un sogno. Io ho avuto una nonna cattolica che mi ha insegnato anche questa lingua e mi ricordo che diceva: l’albanese è la lingua dei tuoi antenati, l’italiano è la lingua dei nostri azzurri. Mia nonna era molto legata all’Italia e sicuramente l’Italia per noi era quel piccolo schermo in bianco e nero della Rai. Non so se lo potete immaginare, ma all’epoca non si poteva captare la Rai a Tirana perché c’erano gli oscuratori. Noi eravamo molto eccitati quando andavamo a Valona per le vacanze, non per il mare, ma per la televisione e per guardare la Rai. Quando arrivavano le tredici, noi lasciavamo la spiaggia per andare a guardare il telegiornale. Era come guardare il cinema. Non so che cosa guardavamo, che cosa capivamo del telegiornale, ma eravamo dei bambini guardando il telegiornale. Poi sicuramente il massimo era il Carosello e poi a poco a poco anche altre cose.

Poi c’è stata questa situazione di confronto, di confronto con la realtà, la realtà dell’Italia, e sicuramente non era quella che avevamo visto nello schermo della Rai, meno anche nello schermo di Mediaset, perché era una realtà di tante cose. Mi ricordo che, a quell’epoca, noi soffrivamo molto all’idea che eravamo visti come sospetti. Non scorderò mai una notizia del telegiornale. C’era il giornalista davanti alla telecamera nel luogo di un assassinio. Lui disse: “Non c’è nessuna traccia dell’assassino, ma molto probabilmente è stato un albanese”. Era uno stigma che ci faceva molto soffrire, che oramai fa parte del passato.

Sicuramente dall’altra parte c’è stata tutta questa enorme storia di accoglienza, di integrazione in un Paese che, come Luigi diceva prima, per la prima volta era una destinazione, un punto di arrivo per altri e non un punto di partenza per altrove. È stato forse il primo grande esercizio di solidarietà verso dei profughi da parte dell’Italia davanti a queste coste dove c’erano centinaia di migliaia di disperati che non somigliavano per niente a quello che la gente era abituata a guardare, sembravano alieni.

Sicuramente c’è anche l’enorme storia delle relazioni tra l’Albania e l’Italia, una storia fatta di grande solidarietà da parte dell’Italia. Nei momenti più bui l’Italia c’è sempre stata in Albania. Mi ricordo quei momenti terribili del 1997 quando tutto esplose a causa delle finanziarie e il Paese andò veramente sull’orlo del precipizio con tanti morti e tanti feriti. Non c’era più Stato, non c’era più niente, non c’era più legge. Le strade erano praticamente nelle mani di persone che creavano le loro bande. L’Italia arrivò con una grande operazione militare e anche di aiuto diretto.
Romano Prodi è stato l’artefice di questo arrivo. Non è stato l’arrivo di una forza militare per mettere ordine, ma è stato l’arrivo di un Paese amico che ci ha aiutato ad uscirne fuori con tanti aiuti in tutti i sensi. Quel momento è stato un momento chiave per il futuro dell’Albania.

Poi, durante tutto il periodo di ricostruzione terribile, l’Italia è stata sicuramente l’angelo custode dell’Albania – non credo di esagerare –: veramente l’angelo custode dell’Albania, sia quando si è trattato di parlare di Albania nelle sedi internazionali, a Bruxelles soprattutto, sia quando si è trattato di aiutare l’Albania.
Sicuramente, anche il momento terribile del terremoto di quindici mesi fa è stato un altro momento di grande custodia da parte dell’Italia. Grazie a Luigi, in primis, che è stato coinvolto di persona in una maniera veramente sorprendente, al di là di tutta quella che può essere una solidarietà, anche vera, ma la solidarietà di un altro, di un vicino, di uno straniero. Lui si è coinvolto come se fosse Napoli che stava bruciando, non un Paese dall’altra parte del mare. E poi tutti.

È stato un fatto incredibile. Non è retorica, non è per dire cose che possono piacere, ma è la verità. È stato incredibile essere lì, guardare questi ragazzi e queste ragazze, i vigili del fuoco, arrivati in tanti quando c’erano ancora delle vite da salvare sotto le macerie, situazioni abbastanza pericolose. Si sono messi lì, a salvare vite, che non erano vite italiane, erano vite umane ma in un altro Paese, dove loro forse arrivavano per la prima volta.

Poi, sicuramente, a livello di cooperazione, sia per la parte dell’assistenza e del trasferimento della conoscenza nel costruire istruzione, nel costruire capacità, sul fronte della giustizia, della lotta alla criminalità, alla corruzione, ma anche sul fronte della cooperazione economica si è fatto tantissimo. Io penso che, se facciamo una simulazione, togliamo l’Italia e tutto quello che l’Italia ha fatto per l’Albania durante questi trent’anni e lasciamo il resto del mondo, l’Albania non è quella che è, ma sarebbe messa in una posizione molto più fragile di questa in cui siamo oggi, che sicuramente non è ancora la posizione che deve essere dal punto di vista dell’economia, della giustizia, dell’educazione, della sanità e tutto.

Comunque, è una posizione molto diversa da quella di prima, è molto più solida. Se si toglie l’Italia e il contributo dell’Italia, sicuramente non saremmo in questa posizione. Io penso che questa è solo la verità, non è nient’altro che la verità.
Per concludere, Michele ha parlato di scorte. È vero, quando lui arrivava in Albania, non solo lui, ma tanti di quei magistrati, poliziotti e agenti di guardia di finanza che lavoravano sia a livello di cooperazione per casi specifici che riguardavano la giustizia qua, sia a livello di cooperazione per aiutare noi, era una situazione che si poteva veramente immaginare. Mentre lui raccontava questo, io vorrei raccontarvi, in pochi minuti, qualcosa che è simile per dirvi che cosa noi dobbiamo affrontare, che cosa noi abbiamo ancora da fare.

Se in Italia l’assassino sparito senza traccia che molto probabilmente è albanese è una storia del lontano passato, l’albanese sospetto rimane anche oggi, l’Albania sospetta rimane ancora oggi in qualche parte dell’Europa, una realtà nell’immaginazione di gente che prende delle decisioni, gente che fa opinione. Non troppo tempo fa io ho ricevuto un messaggio dal responsabile della zona vip dell’aeroporto di Tirana, urgente. Ho pensato a una bomba, a un incendio in aeroporto, perché non avevo mai parlato con questa persona. Prendo il telefono e mi dice: “abbiamo una situazione abbastanza straordinaria, mai vista. C’è un vip che non vuole entrare a Tirana”. Io dico: “Non vuole partire da Tirana o non vuole entrare a Tirana”. “No, è un vip arrivato in bella compagnia di poliziotti e di giornalisti, che rifiuta di entrare, di lasciare l’area vip, uscire dall’aeroporto ed entrare a Tirana, perché vuole essere accompagnato da macchine blindate, da gente armata”. Io ho detto, ma per correttezza non vi dico chi è, ma vi dico che è un politico importante, di un Paese importante, un musulmano di sinistra, addirittura.

Dico “addirittura” perché normalmente non dovrebbe, almeno nel concetto preliminare, essere qualcuno con dei pregiudizi così importanti. Ho detto a questa persona: “Ci sono i servizi che accompagnano i vip?”. “Sì, loro sono armati, ma il signore non considera la pistola un’arma sufficiente per entrare a Tirana”. “Dite a quel signore che non offriamo un servizio per entrare a Kandahar. Lui può ripartire. Non è nella striscia di Gaza”. Quarantacinque minuti di battibecchi per finalmente entrare a Tirana. L’indomani lui è venuto a trovarmi. Non so se lui sapeva che io sapessi, ma mi ha detto “Primo Ministro, io le devo grandi scuse perché io ho viaggiato tanto, ho visto tanti Paesi e mi aspettavo di trovare un Paese diverso, perché l’Albania non ha niente a che fare con quello che io immaginavo”. Gli ho detto di non si preoccuparsi perché questo succede a tutti, specialmente a quelli che arrivano dalla parte fredda dell’Europa, perché la percezione è molto diversa rispetto alla realtà.

Mi ha anche detto che era aveva fatto un giro nel centro di Tirana – dove c’è la vita di notte – e non aveva visto nessuna donna coperta. Non ci sono donne coperte in Albania, ci sono ragazze musulmane che hanno la sciarpa, ma donne coperte non ci sono. E poi aveva sentito parlare nel Ministero degli Interni in inglese. Io gli ho detto che avrebbe potuto raccontare tutto questo al suo popolo, perché è il suo popolo che ha bisogno di ascoltare lei, non io.

Siccome non ero sicuro che l’avrebbe fatto, ho detto all’Ambasciatrice nostra di seguire un po’ cosa avrebbe detto questo tipo quando sarebbe ritornato nel suo Paese. Lui non ha detto brutte cose come quelle che diceva prima di venire, perché era venuto per combattere il male nel suo luogo, ma non ha detto niente di tutto questo, niente. Io gli passai un saggio tramite l’ambasciatore e gli dissi: il Primo Ministro è stato molto sorpreso, addirittura più di lei quando è venuto in Albania, perché lei non ha detto niente di tutto quello. La sua risposta è stata che questa è la politica e avere la capacità istituzionale di fare politica a quei livelli, in questa direzione si può fare del male a persone, si può fare del male a comunità intere, si può fare del male a Paesi interi.

È questo il muro che ancora noi dobbiamo abbattere in Europa come Albania, come albanesi, e questo muro è un’ulteriore ragione per la quale noi siamo grati per sempre all’Italia, a quelli che hanno guidato i Governi italiani, indipendentemente dai colori politici e dalle psico-faide interne in Italia, perché sono sempre stati quelli che hanno detto chiaramente quello che noi avremmo detto se fossimo stati lì. L’Italia è il nostro avvocato in tutte le aule dove l’Albania è sotto accusa. Questo dice tutto. Noi vi siamo veramente grati.

Vi ringrazio di cuore di questa pazienza non italiana nell’ascoltarmi. Seguo il vostro Parlamento e non mi sembra che il silenzio, quando qualcuno parla, è la virtù, ma è un ulteriore onore per me. Grazie a tutti.

Grazie sicuramente, in modo speciale a Luigi e Michele. L’ho detto prima e lo ripeto: sono i più vicini albanesi, tra gli italiani, in questo periodo così pesante per tutti. Io spero di meritare tutto questo, anche se non ne sono sicuro, ma comunque terrò con me, per tutta la vita, questo momento in questa terra. Trent’anni fa era completamente diverso, e quelli che hanno visto quello che è successo trent’anni fa si devono sentire fortunati, beati di poter vivere trent’anni dopo, e vedere come le cose sono cambiate in maniera impossibile da immaginare solo trent’anni fa. Grazie”.