Celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese, l’intervento del presidente Emiliano

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Celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese, l’intervento del presidente Emiliano.

Di seguito l’intervento del presidente Michele Emiliano durante la celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese, in Aula consiliare.

Il rischio delle parole sta, alle volte, nel loro eccesso e nella non corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, ma è un rischio questo che in questi trent’anni abbiamo saputo sempre evitare. Non abbiamo mai detto una cosa e poi ne abbiamo fatta un’altra. Tutte le volte che ci siamo promessi amicizia, sostegno e solidarietà abbiamo mantenuto l’impegno. Lo abbiamo fatto con gioia, qualche volta anche con leggerezza, con lo spirito giovanile di chi si raccoglierà nel 2022 per la Capitale europea della gioventù.

È, ovviamente, una festa, quella di oggi, è una festa dell’accoglienza, è la festa di chi raccoglie le antiche tradizioni del Mediterraneo, parlo di quelle proprio antiche, quelle dell’Odissea, quelle di chi accoglie Ulisse senza sapere di chi si trattasse e che lo accoglie per dovere tramandato di generazione in generazione, a prescindere da cause, ragioni, convenienze. Lo so che è difficile accogliere qualcuno a prescindere, senza ragionare, applicando quest’antica legge di ospitalità, ma ha sempre funzionato. È una regola che funziona, è una regola che consente al Paese che accoglie di diventare più ricco, più forte, di stabilire legami, di progettare il futuro. E non sai mai dove arriva quel futuro, perché può arrivare, come abbiamo visto, a cose straordinarie, non solo da parte di chi cercava la sopravvivenza, ma anche da parte di chi, accogliendo, è migliorato, ha aumentato il proprio prodotto interno lordo, il proprio gettito tributario.

Un’infinita serie di cose ben fatte, che ovviamente non sono il caos. Non stiamo proponendo al Paese e al mondo di applicare le norme dell’accoglienza tradizionale del Mediterraneo nel caos, ma stiamo proponendo di farlo con ordine, con intelligenza. Persino quando quella mattina – io ero a Brindisi, lo dico al Sindaco, ero magistrato alla Procura di Brindisi e abitavo a due passi dal porto – scesi di casa per andare in ufficio e non si poteva camminare. Eravamo circondati da persone festanti, che avevano affrontato, sì, un viaggio durissimo, ma che erano felici di essere lì. E io vedevo scendere dai palazzi di Brindisi i cittadini della città, signor Sindaco, con tutto quello che trovavano nel frigorifero, che avevano nella dispensa, le cose che immaginavano potessero essere utili, e le regalavano al primo che incontravano, senza conoscerlo, senza sapere con chi stessero parlando.

C’era la consapevolezza che tutto questo fosse giusto. Credetemi, non si poteva camminare in tutto il corso. Non c’era l’impressione di essere stati invasi, avevamo intuito che quelle persone erano venute là non per invaderci, ma per cominciare una nuova vita, e noi eravamo felici di poter contribuire.

Poi le cose non sono andate sempre così: lo dico al Sindaco di Bari, che ringrazio. Ovviamente, ognuno ha le sue debolezze, e il Sindaco di Bari è la mia debolezza principale, dal punto di vista politico, perché mi commuove sempre parlare della sua città e di lui in modo particolare. Tu sei l’erede, come lo sono stato io, di Enrico Dalfino, una persona che ha sofferto immensamente il suo desiderio di applicare queste regole semplici, di cui vi ho parlato, e di farlo con civiltà. Ha saputo resistere, e in questo c’è una lezione che davvero ricorda Socrate, ha saputo subire l’ingiustizia delle Istituzioni con quella sobrietà e quell’amore per le Istituzioni che solo una persona straordinaria può sopportare.

È un orgoglio per la città di Bari, quel Sindaco. Quel Sindaco è stato tale solo per pochi mesi. Poi, ovviamente, la politica si è incaricata in qualche modo di archiviarne il relativo ruolo; ma la città non l’ha mai dimenticato. Non l’ha mai dimenticato, assieme a quelle giornate, assieme a quella idea della civiltà e dell’umanità.

Se siamo qui, oggi, è grazie al popolo, è grazie all’intuizione dell’anima del popolo pugliese, che al di là del ragionamento esplicito anche delle Istituzioni, fu capace di condurre tutti noi, ed è stata capace di condurre tutti noi fino a qua.

Può, il popolo, avere una intelligenza collettiva strategica tale da poter vedere il futuro in una intuizione? In un istante? È possibile che il popolo pugliese allora riuscisse a vedere le cose che sono successe dopo. Perché è vero che abbiamo tanto penato, insieme – è Edi? –, nel senso che, Presidente, è stata dura. Questi trent’anni non sono stati semplici. Li abbiamo affrontati gestendo insieme e contrastando insieme traffici criminali, contrastando fenomeni corruttivi, contrastando fenomeni di commistione tra la politica peggiore e la cattiva gestione delle Istituzioni stesse. Ci siamo umilmente aperti gli uni agli altri, abbiamo collaborato dal punto di vista giudiziario, giuridico, abbiamo riformato insieme Istituzioni delicatissime, come la magistratura, con una idea comune di andare verso l’Europa.

Signor Ministro, penso a tutti i sacrifici che l’Albania ha fatto in questi trent’anni, migliorando se stessa in una maniera straordinaria. Io ricordo di essere andato a Tirana per la prima volta per un atto giudiziario piuttosto rilevante, una perquisizione di grande rilievo, e di essere entrato a Tirana con una scorta di non meno di venti carabinieri, più altri poliziotti albanesi; Tirana sembrava una città uscita dalla guerra, aveva ancora le tracce del proprio trauma subìto.

Sono stato, ovviamente, a Tirana tante volte, in seguito. Negli ultimi tempi, vedere piazza Scanderbeg, vedere la sede della Regione Puglia che si apre sulla piazza, andare a trovare il Sindaco, verificare i progressi di questo Paese è stata veramente un’emozione, la stessa emozione che ho avuto nel vedere la Puglia crescere in questo stesso periodo, perché questa crescita è stata comune.

I sentimenti che abbiamo messo, quell’intuizione popolare che ha consentito a noi, oggi, di considerare questa una festa, ci sono altre città che sono state invase da tanta gente, ad aver trasformato quella piccola invasione in un momento storico decisivo, caratteristico? Non sono molte, non sono tante.

La Regione Puglia, in occasione dei massicci e ripetuti episodi di immigrazione clandestina, l’intera popolazione della Puglia dava prova collettiva di civismo e di forza morale, con straordinaria abnegazione privati cittadini, Comuni, Province ed Istituzioni offrivano il loro determinante contributo ed incondizionato impegno in soccorso dei numerosissimi profughi arrivati sulle loro coste in condizioni disperate, operando generosamente per accorrere in aiuto dei più deboli.

La comunità tutta offriva alla nazione, all’Italia, io direi anche all’Unione Europea, uno splendido esempio di grande solidarietà sociale e nobile spirito di sacrificio, perché tutto ciò di cui stiamo parlando è generosità, ma è anche intelligenza. Perché questa cosa è utile, conviene, consente una gestione dell’ordine pubblico migliore, consente una gestione del contrasto al crimine organizzato migliore. Respingere qualcuno e ributtarlo in mare non ha mai fruttato nulla, non ha mai provocato nessun progresso, non ha mai dato nessun vantaggio a chi si è reso protagonista del respingimento. Passi nella storia come uno, nella migliore delle ipotesi, che non ha capito niente. E questo rischio noi siamo riusciti a respingerlo, insieme, grazie anche all’abnegazione dei tanti cittadini albanesi che hanno fatto grande l’Italia e hanno fatto grande la nostra regione, perché sono tanti quelli che si sono fatti onore, quelli che hanno raggiunto risultati importanti, quelli che ci hanno dato una mano. Il primo violino dell’orchestra del Petruzzelli è albanese. Adesso potremmo andare avanti. E non ha portato via il posto a qualcuno, ha insegnato a tanti le cose che lui conosceva.

Il Presidente Rama ha attraversato questi trent’anni partendo anche lui dal fare il Sindaco. Lo ha fatto in una situazione anche molto pericolosa, come tutti voi sapete. Ha cercato di spiegare alla sua comunità che la povertà non si combatte con l’abbrutimento e che avere un momento di crisi profonda anche economica non significa massacrare la bellezza, non significa massacrare l’ambiente, non significa massacrare le cose che ti sono state tramandate dalle generazioni precedenti. Anzi, è il contrario. Se sei povero, mantieni e cura le cose che ti hanno dato. Fai in modo che la tua città diventi più bella. Il Piano del colore della città di Tirana è una delle cose che è passata alla storia, e io ho seguito questa storia. Ero magistrato allora, non politico (diciamo così), e seguivo questa storia complicata, anche l’attentato che, per fare questo lavoro, il Sindaco di Tirana subì in quell’epoca. Poi la sua capacità di costruire una leadership politica universale, fondata su una profonda umanità e una conoscenza dell’anima umana, è un patrimonio, questo sì, dell’Unione europea, non solo dell’Albania, questa capacità che viene vissuta con umiltà, con amicizia e anche qualche volta con un po’ di fastidio, perché il Premier Rama non ama la retorica. Le sto già dando fastidio, io lo so. Già sta cominciando a dire: stai parlando troppo, Michele. Però, qualche volta qualcuno in un’Aula le deve dire queste cose, perché se no qualcuno rischia, anche nel tuo Paese, di di non ricordarsene, perché il tempo ha una strana capacità di far dimenticare sì le cose cattive, mi riferisco ai nostri sogni imperiali, ma anche le cose buone che una persona fa nella sua vita.

Ecco perché io oggi, ricordo tutto questo.

Ti ho sentito vicino, sempre. Ti ho sentito vicino quando hai fatto quello che hai potuto per darci una mano, assieme al tuo popolo, durante la pandemia. Eravamo presi di sorpresa e voi siete arrivati.

Ti ho sentito vicino quando abbiamo ragionato sul futuro delle nostre imprese, sul quello che succederà dopo la pandemia.

Ti ho sentito pugliese, perché, questo è vero, tu conosci questa regione come pochi altri, conosci il nostro modo di essere e tutto sommato io penso che tu, come hai detto nel colloquio che abbiamo avuto prima, ti senti una parte di questa comunità, come noi sentiamo l’Albania come una parte della nostra storia.

È per questo – non te l’abbiamo anticipato, ma è una piccola sorpresa, neanche tanto piccola – che abbiamo un premio, che viene conferito solo ai pugliesi, ma, eccezionalmente, verrà questa volta conferito a un pugliese che, però, è di nazionalità albanese, almeno allo stato degli atti. È una eccezione che da Presidente, visto che l’ho firmato io il decreto, mi sono potuto permettere.

Ti voglio leggere la motivazione. Questo premio si chiama “Radice di Puglia”. Ti assumi, se lo accetti, anche la responsabilità di proteggere sempre anche la mia terra, oltre che la tua, anche la mia comunità oltre che la tua, e in generale l’umanità, perché noi non ci fermiamo ai confini.

La motivazione è questa: “In nome della storia di amicizia e vicinanza tra pugliesi e albanesi su un sentiero di solidarietà e rispetto reciproco per suggellare la comune ambizione di accompagnare la Puglia e l’Albania verso una meta importante: essere comunità solidali dentro un Mediterraneo di pace, di sviluppo e di benessere”.

Ovviamente consiste, dato il nome, in una radice. Questo è l’artista. Questa è la radice di Puglia. Te ne faccio dono