Celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese, l’intervento del ministro Di Maio

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Celebrazione del trentennale dell’emigrazione albanese, l’intervento del ministro Di Maio.

Buonasera a tutti. Un caro saluto ai Presidenti, il Presidente del Consiglio regionale, il Presidente della Giunta, al caro Primo Ministro Edi Rama, grande amico di questo Paese e di questa Regione, ai Sindaci di Brindisi e di Bari e ovviamente ai Ministri e membri del Parlamento albanese che sono qui con noi e tutti coloro che sono qui, amici italiani e albanesi.

Io sono grato ai Presidenti Emiliano e Capone per avermi invitato a questa cerimonia di commemorazione nel trentesimo anniversario degli eventi che segnarono l’inizio della migrazione albanese verso l’Italia. Vorrei, Presidente Rama, anche ringraziare i qui presenti Viceministro Teresa Bellanova e i sottosegretari Anna Macina, Assuntela Messina, Ivan Scalfarotto e Francesco Paolo Sisto per essere qui presenti, che arricchiscono la presenza del Governo italiano nel commemorare questo momento.

Sono lieto di rivedere il Primo Ministro Rama, che in questi giorni visiterà Bari e Brindisi, due città che divennero protagoniste di quella stagione drammatica, eppure piena di speranze. Trent’anni dopo la mia presenza in quest’Aula consiliare esprime sentimenti di profonda gratitudine per la Puglia e i suoi cittadini. Nell’emblema di questa meravigliosa regione campeggia un ulivo: è un albero tenace, che resiste alle avversità grazie alla forza delle sue radici; è un simbolo universale di pace e fratellanza. Ritroviamo questo stesso slancio ideale nella generosità e nella solidarietà con cui molti italiani di Puglia, pur tra qualche manifestazione di diffidenze e timori, accolsero nel 1991 i nostri amici al di là del Canale d’Otranto.

Nei primi giorni di marzo di quell’anno, migliaia di albanesi in fuga da un regime al collasso raggiunsero la banchina di Brindisi. Gran parte di loro affrontò una navigazione insidiosa, a bordo di imbarcazioni di fortuna. Cercavano un futuro migliore, distante poche decine di miglia marine, in un Paese che avevano imparato ad amare attraverso la radio e la televisione italiana, e con esse attraverso la nostra lingua e la nostra cultura.

Pochi mesi dopo, l’8 agosto, l’attracco della nave Vlora nel porto di Bari consegnò alla storia immagini che restano ancora oggi scolpite nella nostra memoria collettiva. Sono episodi dal forte valore simbolico per l’Albania innanzitutto, ma anche per il nostro Paese.

È importante comprendere cosa rappresentasse per chi era nato e cresciuto sotto la dittatura paranoica di Hoxha il solo pensiero di poter viaggiare, migrare, spostarsi in cerca di lavoro o per studio. Prendo a prestito le parole di Elvis Malaj, un giovane scrittore albanese trasferitosi da adolescente in Italia assieme alla famiglia, che così descrive l’Albania negli anni che precedettero i fatti che oggi commemoriamo: “Era la più isolata del globo, armata fino ai denti, in rapporti ostili con tutti gli stati vicini, con una bunkerizzazione massiccia del territorio, una politica interna delle più repressive dell’era comunista, un’economia vicina al collasso e in attesa esasperante di una guerra che non arriva mai.

Il popolo albanese giunse alla fine degli anni Ottanta, stremato e annichilito. Per chi anelasse alla libertà non c’era altra scelta che lasciare il Paese. Solo che oltrepassare il confine era pressoché impossibile, e se ci riuscivi, segnavi la condanna per tutti quelli che lasciavi dietro.

Nel 1991 quel che per gli albanesi era pressoché impossibile, divenne improvvisamente possibile, prendendo le sembianze di un fenomeno migratorio di massa verso l’Italia. Fu la prima volta che il nostro Paese prese coscienza di doversi confrontare con il tema dell’emigrazione non più dalla prospettiva di chi parte, ma da quella di chi è chiamato a ricevere.

Un cambiamento di prospettiva tutt’altro che facile, nient’affatto scontato. È stato necessario superare sfide importanti prima che si potesse realmente parlare di integrazione. Abbiamo assistito a dolorose battute d’arresto e fronteggiato pregiudizi che talvolta riaffiorano, contro i quali dobbiamo continuare a tenere alta la guardia.

Resta però un fatto storico: che quei giorni segnarono l’inizio di un percorso comune, che ripristinava il legame indissolubile tra queste due sponde dell’Adriatico. C’era infatti già stata, sin dal XV secolo, una diaspora di comunità albanesi nel meridione d’Italia, le cui tracce abbondano proprio qui, in Puglia e in altre zone d’Italia.

Per questo ritengo che oggi sia più giusto e opportuno far cenno ai numerosi gesti di amicizia fraterna che Italia e Albania hanno recentemente rivolto l’una all’altra. Penso alla mobilitazione italiana per assistere le popolazioni albanesi colpite dal violento sisma del 2019, e poi, ancora, la scorsa primavera, quando su iniziativa del Primo Ministro Rama, medici e infermieri sono giunti dall’Albania in Italia per aiutarci a combattere la pandemia di Covid-19 nel momento per noi più buio.

Dobbiamo guardare con orgoglio a quanto i nostri due Paesi hanno saputo realizzare in questi trent’anni. Abbiamo tessuto una tela robusta, di strettissime interrelazioni tra tutti i livelli di governo, e in molteplici settori. Abbiamo costruito le fondamenta di un modello vincente di fratellanza, più che di buon vicinato.

Tutto questo non sarebbe stato realizzabile se la comunità albanese in Italia, con il suo mezzo milione di cittadini, non avesse saputo integrarsi nella società italiana, dimostrando con umiltà, impegno e determinazione di poter contribuire al suo sviluppo economico.

A sua volta, l’Albania, grazie anche al nostro sostegno, è diventato un Paese di opportunità per le imprese italiane, un importante partner commerciale, capace di attrarre investimenti e capitale umano grazie anche alle molte riforme amministrative e istituzionali adottate.

Confido che da questo esempio di integrazione l’intera Europa tragga ispirazione nella ricerca di soluzioni equilibrate per la gestione dei fenomeni migratori contemporanei.

Negli ultimi trent’anni, in questo come in molti altri ambiti, Italia e Albania hanno dimostrato che è possibile costruire modelli di cooperazione efficaci, fondati sulla fiducia reciproca e sulla chiarezza di regole e obiettivi.

Il nostro è un vincolo già forte, che trova oggi ulteriore impulso nella condivisa appartenenza all’Alleanza atlantica. Non potremo, però, ritenerci soddisfatti finché non saremo uniti sotto la bandiera dell’Unione europea.

L’Europa stessa non potrà dirsi veramente unita se ne resteranno esclusi l’Albania e gli altri Paesi dei Balcani occidentali. L’Italia continuerà a impegnarsi affinché questo processo storico si realizzi al più presto. Un anno fa il Consiglio europeo si espresse in favore dell’apertura dei negoziati per l’adesione albanese. Quella decisione deve trovare ora piena attuazione. Il nostro invito a quanti ancora si mostrano esitanti è di lasciar cadere i pregiudizi. La prospettiva europea è riuscita a imprimere in Albania una straordinaria capacità trasformativa che non può essere trascurata. La si osserva nella crescita sociale ed economica, nel rafforzamento delle Istituzioni e dello Stato di diritto, nella disponibilità all’integrazione regionale. L’Europa è chiamata a fare una scelta storica che non può più essere rinviata. Rilanciare il processo di allargamento ai Balcani occidentali è la cosa giusta da fare. L’Italia e gli italiani, caro Edi, ne sono convinti oggi come lo furono trenta anni fa, quando scelsero di tendere la mano agli amici albanesi accogliendoli qui in Puglia nel momento di maggiore bisogno.

Vi ringrazio per l’attenzione e ringrazio i membri del Consiglio regionale e della Giunta regionale per aver ospitato questo importante avvenimento.